giovedì 25 febbraio 2010

IO NON CI STO! (imparare da cattolici e comunisti)


Chi scrive è ancora convinto che si possano mandare segnali. Ho dei problemi con simboli, simulacri, icone etc, ma forse per i segnali c’è ancora spazio e, ecco, aprire con De André un post scritto dopo San Remo mi sembra un segnale sufficientemente forte. Soprattutto confrontando “per quanto voi vi crediate assolti / siete lo stesso coinvolti” con il testo vincitore dove non si capisce se quel poveretto (la sua ragazza di più) stia annegando o scopando… la mia ipotesi è che sia solo soletto in un lettino e si risvegli tutto sudato, rendendosi conto che poteva annegare.

Ok, ho appena speso due minuti per scrivere quella cosa e un po’ di risorse cognitive per far correre gli impulsi a spasso per la corteccia cerebrale: si può fare una class action contro l’idiozia?
Il fatto è che le parole, per quanto prostituite, possono ancora fare parecchio soprattutto in negativo: le associ alle immagini e, zack, hai dei super personaggi da far votare e puoi rendere la scelta non razionale. Comunque, non è ancora tempo di Luttazzi e del suo Decameron. Il punto è che, per quanto tutti in democrazia abbiamo uguale accesso alle parole (e questo spesso non succede per motivi di istruzione) c’è ancora spazio per l’appropriazione indebita. Con questo non voglio dire che ci sono delle parole tabù, ma che quando una persona, con determinati ruoli e in determinati contesti, usa parole a cazzo (che è liberissimo di usare) non si deve meravigliare se poi la gente si indigna. Dico una vaccata? Voi vi indignate e, se sgarbianamente, ve ne uscite con “Capra! Capra! Capra!”.

Vi farò un disegnino a parole. Prendete un gruppo sociale a caso, una popolazione, una minoranza, quello che vi pare… Ora immaginate che un tizio stia in mezzo a una ventina di esemplari del campione scelto a terra, legati, percossi e morti, da uccisi lui, con faccina sorridente esaltata e coltello tra i denti grondante di sangue: una via di mezzo tra Leonida, Rambo e La Russa che commenta la sentenza europea sul crocefisso.

Chiedete pacatamente a questo individuo cosa ha fatto e perché. Lui vi risponde facendovi notare che questo è un atto della sua magnanimità (avrebbe potuto querelarvi) e che lo ha fatto per proteggere la democrazia, seguendo i dettami dell’autodeterminazione della volontà, dopo aver accuratamente pianificato i rastrellamenti e le sevizie, per un futuro di libertà e di pace.
Liberissimo di dire tutto ciò ma, ecco, da un simile individuo i richiami alla democrazia, la pace, la libertà, la razionalità dovrebbero – come minimo – fare indignare, farci reagire, gridare “Io non ci sto!”. Probabile che sia tutta qui la base della democrazia: la possibilità, per i cittadini, di reagire quando stuprati nel senso più ampio possibile. Stuprati da un’opposizione che non c’è, da un governo che governa per sé, dalle tasse pagate per vedere privatizzati i servizi, dall’informazione incapace di guardare oltre non dico l’ombelico dell’Italia, ma a stento nei dotti spermatici del presidente del consiglio. Ma soprattutto da tutte quelle parole che ci sono state rubate e sono state neutralizzate. Dovrò parlare anche di questo, altrimenti non arrivo a Ingrao e Zanotelli, i due maestri da cui corsarizzeremo oggi.

Si tratta del libro “Non ci sto. Appunti per un mondo migliore” (Manni editore) che altro non è se non la trascrizione della conversazione tra Pietro Ingrao e Alex Zanotelli che si è tenuta a Pieve di Romena, un paesino dell’aretino, almeno sette anni fa. Il tutto è integrato con schede che forniscono lo sfondo di ciò di cui si parla.

Di che parlano un prete missionario ai confini della povertà nella baraccopoli di Korogocho (Nairobi) e un intellettuale che esce dalla resistenza e milita (da dissidente) nel partito comunista? Di guerre presenti e passate, di povertà, di interessi economici, della logica del mondo contemporaneo... Ma soprattutto parlano dei loro errori. Gli ammettono, ne parlano, e si chiedono cosa fare per migliorare la situazione.
Tanto per cambiare mi sono dilungato troppo. Rimando a un’altra volta la discussione e, prima di lasciarvi qualche succosa anticipazione, vi segnalo che (piccoli utonti crescono) a fine pagina troverete una lista dei: Post correlati.

“Quando 40 milioni di individui muoiono, io ho il diritto di domandare perché succede questo e non posso sentirmi dire che non è possibile modificare questo sistema. Chi afferma che non si tocca il mercato dice una balla, una bestemmia. Gli Stati Uniti dicono che ognuno deve andare avanti con le sue risorse, ma come mai l’agricoltura americana è la più sostenuta al mondo?” (Zanotelli)

“Mi ricordo che dopo questi giorni di riflessione, tutta interiore, conclusi 'Non ci sto! Non ci posso stare'. Da lì ho continuato la mia battaglia. Sono stato fortunato perché poi Hitler è stato sconfitto”
(Ingrao)

“A Korogocho c’è molta gente che vive in discarica. Io considero loro i veri profeti dell’umanità. È gente che vive sui nostri rifiuti, nei nostri rifiuti e che sostiene che lì si possa vivere. È questa al vera profezia”
(Zanotelli)


“La guerra è stata accettata e quel punto capitale della Costituzione è stato stracciato nel silenzio. Forse non mi sono ribellato nemmeno io. Abbiamo accolto questa terribile novità: la guerra che non è straordinaria. Se penso a quello che è stato il pacifismo nella mia giovinezza, la differenza mi fa molta impressione. Eppure negli incontri, nei dibattiti troviamo entrambi molta gente appassionata, convinta. Com’è allora che perdiamo, perché? dove sta il nostro sbaglio?”
(Ingrao)

“La seconda guerra mondiale ha fatto circa 50 milioni di mordi. Noi oggi ne ammazziamo 40 milioni ogni anno per fame, abbiamo pianto a non finire su 3 mila persone uccise l’11 settembre a New York, giustamente. Ma chi piange per i 40 milioni di morti di fame? Nessuno!”
(Zanotelli)

“L’Italia è molto bella, ci sono segni di una civiltà incredibile, molto appassionata: ma che cosa conta questa gente sulla finanza mondiale? Ognuno di noi, cosa conta? È una domanda che dobbiamo porci, perché se vogliamo intervenire su tutto quello che abbiamo detto dobbiamo porci queste domande: che contate? Che contiamo?”
(Ingrao)

“Quando Bush ha annunciato gli attacchi aerei, ha detto: 'Noi siamo un popolo pacifico'. L’ambasciatore preferito di Washington, Tony Blair, che riveste anche la carica di primo ministro del Regno Unito, gli ha fatto eco: 'Noi siamo un popolo pacifico'. Ora lo sappiamo, i maiali sono cavalli, le bambine sono maschietti, la guerra è pace”
(Zanotelli)


“Io ho sbagliato sulla questione della libertà, sullo stalinismo, sull’Unione Sovietica e ci ho messo anche tempo a capirlo, parecchio tempo. e poi su molte altre cose”
(Ingrao)

“Quello che non riesco a capire è una Chiesa che dopo essere rimasta fedele per tre secoli (i primi tre secoli) all’insegnamento di Gesù che diceva o il battesimo o l’esercito, adesso benedice tutto. io chiedo solo a questa mia Chiesa di proclamare un semplicissimo dogma di fede, cioè che non è stato Ghandi o Martin Luther King ad inventare la non violenza attiva, ma è stato Gesù di Nazareth”
(Zanotelli)

“Forse le cose di cui stiamo parlando richiedono di diventare un po’ monaci anche voi (perché io non sono credente e non parlo). Cioè sposare una convinzione e decidere che tutta la giornata sia rivolta a cambiare questo mondo, a cambiare voi stessi e ad aiutare gli altri a realizzare questo cambiamento. Perché c’è stata una sconfitta, perché Bush comanda, perché i comunisti come me hanno sbagliato”
(Ingrao)

“Come Chiesa di peccati ne facciamo a non finire e ce li portiamo dentro tutti, non possiamo scappare dalle nostre storie. […] Quello che impedisce a tanti cristiani di parlare sono gli interessi. In particolare come Chiesa ufficiale, pensiamo solo agli enormi interessi finanziari in Italia: recupero e ristrutturazione degli edifici con somme da capogiro, e poi la scuola privata, l’8 per mille. Alla fine non si è più credibili. Solo una Chiesa povera può parlare, perché non ha paura di perdere nulla. Altrimenti deve solo star zitta e basta”
(Zanotelli)

“Qui le Chiese sono chiamate ad esprimere oggi un giudizio morale. Ieri avevano accettato questo sistema pensando a due superpotenze che si dovevano guardare a vista. Per me era immoralissimo anche allora: o Dio o la bomba, non si scappa da questa scelta”
(Zanotelli)

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lunedì 22 febbraio 2010

Google AdWords e la pubblicità per attivisti

Iniziamo con gli strumenti per gli attivisti. Devo però partire con attivisti che hanno un minimo di budget da investire: per quanto il servizio sia gratis, un po’ di gruzzolo serve. Sto parlando di google AdWords, un comodo programmino per farsi pubblicità online su blog, siti, forum e qualsiasi altra cosa. Per parlare di come sfruttare questo strumento di marketing c’è una comoda guida che si trova qui.
Avviso importante: il libro di marketing con Adwords è a sua volta il prodotto di una strategia di marketing nel senso che vogliono farvi finire sul sito di chi ha scritto la guida e farvi comprare il loro programma per individuare le parole chiave. Io ve l’ho detto, prendeteci le misure.

Il programma funziona così: voi selezionate delle parole chiave che c’entrino con la vostra attività, con quello che volete promuovere, le vostre idee etc, serviranno per trovare il giusto target per i vostri messaggi. A questo punto dovete scrivere il vostro annuncio e indicare un indirizzo web dove far capitare le persone che, interessate, clickeranno il vostro annuncio. Google piazzerà gli annunci sui siti che – ricorrendo a AdSense mostrano i suoi annunci – il cui contenuto è correlato alle parole che avete inserito.
Tutto gira intorno alle parole chiave scelte: la guida spiega come cercarle e vi suggerisce di usare il loro prodotto. Per chi non vuole comprarlo c’è sempre il keyworld tool di google per farvi un’idea di come stanno le cose, poi si lavora di fantastia.

Ok, ma quand’è che si paga? Sono le keywords a deciderlo: dipende da quanta competizione c’è nel mercato, da quanto la parola è specifica o ricercata. Sta infatti a voi stabilire quanto pagare per ogni volta che un utente legge il vostro annuncio e lo clikka, andando a finire sul vostro sito (ovviamente potete settare un tetto massimo a quanto volete spendere al giorno, quanto avete finito la cifra google la smetterà di mostrare i vostri annunci).

Resta da vedere se la cosa conviene o meno: di certo un gruppo di attivisti o un movimento che si fa pubblicità online lo fa per espandere il suo seguito e diffondere il proprio messaggio. Difficile che sul sito si venda qualcosa con cui coprire le spese della campagna o, almeno, più difficile che con usi di adwords puramente commerciali (se vendete tecnologia online potete pagare qualche euro per ogni click, tanto quello che vendete costa anche più di cento volte quello che spendete per far pubblicità).

Una cosa però mi sembra assodata. Il target è abbastanza specifico: vi rivolgete a attivisti o persone impegnate, critiche in cerca di informazioni. Se clikkano non dovrebbe essere per sbaglio: arrivano sul vostro sito e leggono la pagina di destinazione. Se gliene date la possibilità, forse si iscriveranno alla vostra mailing list o al vostro forum e parteciperanno.
Inoltre, V-day, No B-day (e relativi movimenti) per non parlare di flashmob, giornata del libro e combattimento di cuscini sono stati organizzati tutti col web come arma. Forse è una cosa da prendere in considerazione.
Tornerò su questo dopo aver parlato di Gladwell che, diavolo, a ogni post diventa più utile.

P.s. già delirio sognante: Adsense, il pizza-ware di attivissimo, le licenze creative... Nell'ottica di siti o blog con lettori fissi e fedeli ne potrebbe venir fuori un, non dico nuovo, ma un diverso modello editoriale per produrre contenuti dinamici (q.c.v.d.) che hanno problemi a finire sulla carta stampata. Il sostentamento parziale dell'autore è affidato alla pubblicità e alle pizza donazioni.
Per chi vuole passare a livello pro avevo letto mooolto tempo fa di blogger che si facevano dare qualche dollaro al mese dagli utenti, in alternativa potete provare a trovarvi dei vostri sponsor. Buona fortuna!



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martedì 16 febbraio 2010

Disastro idrico: una questione (questa sì) di diritto alla vita.


Breve sconvolgimento di pieni. Niente storie di attivisti o strumenti per attivisti. Tocca al racconto in lieve differita dell’attività degli attivisti, cioè dei contenuti delle loro conferenze. L’ospite illustre è Riccardo Petrella (di cui manca una voce sulla wikipedia italiana e quindi ve la linko in francese). Le associazioni che hanno reso possibile il tutto verranno linkate alla fine nei credits. Mi limito a ricostruire gli argomenti principali, l’evento è stato filmato e appena verrà pubblicato online lo renderò noto. Per apprezzare il tosco-ligure di Riccardo ho trovato il video lì sopra.

Disastro idrico: perché? non è molto più grave il problema della fame del mondo?
Due cifre per rispondere in fretta:
1,5 miliardi di persone che non hanno accesso all’acqua.
2,6 miliardi di persone a cui manca l’accesso all’igiene.
Petrella dixit: “cosa vogliamo, che siano 6 i miliardi, prima di definirlo distrastro?”.

Motivi dell’assenza: perché non c’è accesso all’acqua? Manca l’acqua?
La prima versione è fideistica-ingenua: il buon Dio manda l’acqua con le piogge. Se nasci dove mancano le nuvole sei fregato. Succede. La natura/Dio pone in essere delle disuguaglianze. La versione fideistica ha poi questo problema: “L’acqua è un dono di Dio, i tubi degli acquedotti non ancora”.
Seconda versione: chi non ha l’accesso è povero e non riesce a guadagnarselo. La quantità di acqua del mondo è finita – quella determinata dal ciclo dell’acqua – e basta a soddisfare tutti. Il guaio è che anche dove l’acqua c’è (Brasile col Rio delle Amazzoni) non è detto che tutti vi abbiano equo accesso. Viceversa, se sei un re nel deserto nulla ti impedisce di pagare per avere l’acqua e crearti un giardino sopra la sabbia.

Nota sulla povertà e interpretazione economica (PIL)
Poveri non si nasce ma lo si diventa, è un concetto storico e non naturale (vedi sogno americano from zero to hero e la sua negazione del miliardario in rovina). L’acqua non è una merce ma l’esemplificazione del diritto alla vita, come l’aria (che ancora non è stata mercificata, ma forse solo perché costa parecchio comprimerla in pacchetti commerciabili).
In quest’ottica destinare una percentuale del PIL per estendere l’accesso all’acqua equivale a impegnarsi per un equo accesso alla vita. La cosa inquietante è che nel vertice sul clima di Copenhagen di acqua non si è parlato, il problema era: chi ci guadagnerà dalla virata verso l’economia verde? Come ci smezziamo la torta?

Petrolizzazione dell’acqua e altre notizie inquietanti
Il problema è che “siamo riusciti a petrolizzare l’acqua” rendendola rara nella sua funzione di acqua potabile e quindi degna di finire sul mercato. In risposta a questa mercificazione Petrella ne chiede il riconoscimento come bene non mercificabile (a cui aggiunge sole, conoscenza, aria, terra, salute) anche perché, come è stato fatto notare dal pubblico, il servizio idrico è un monopolio naturale quindi viene difficile immaginare un mercato di libera concorrenza.
L’acqua vale perché è vita non perché le assegniamo un certo valore monetario.
Di seguito qualche piccolo fatto inquietante sulla situazione idrica:
  • 1/3 (soltanto!) delle Province italiane tratta le acque di scarico con depuratori evitando così di inquinare l’acqua e diminuirne la qualità (rendendo l’acqua potabile merce ancora più rara)
  • A livello legislativo italiano, prima della legge Ronchi che obbliga a privatizzare le società pubbliche di gestione idrica, già la legge Galli del ’94 aveva fatto sì che i costi della gestione dell’acqua fossero alimentati non più dalla somma di tariffe + fiscalità pubblica ma dalle sole tariffe.
  • A livello legislativo europeo i problemi iniziano col trattato di Maasticht: tutto ciò che si può scambiare è merce => non sono ammessi monopoli statali => liberalizziamo l’acqua. Per evitare troppi danni si dice che l’acqua è una merce come le altre.
  • Il PD che ora vuole salvare ACEA a Roma è responsabile della vendita a privati di ACEA stessa, l’ha fatto Rutelli – che ora non si sa bene se abbia risolto i suoi problemi e se sia vivo o morto, come il Wittgenstein di Russell - quando era sindaco.
  • Ciliegina finale: la costituzione cilena “redatta” da Pinochet consente il possesso dell’acqua nel senso che, se ho voglia, mi posso comprare un fiume cileno. Per vicissitudini finanziarie l’ENI si è ritrovata con la proprietà dell’81% dell’acqua cilena. Niente di grave, peccato che lo stato abbia il 30% dell’ENI. Si attende una delegazione cilena in Parlamento: vogliono sapere come si fa a essere democratici e a possedere le risorse idriche di un altro paese.





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Credits
Penso che sul web debiti e ringraziamenti si facciano via link. A pensarci bene è questa la moneta, anche la pubblicità di basa sui link… Ok, questo è un discorso su cui ritornare, c’entra col creative commons e il pizza-ware del post precedente link. Per il discorso sull’acqua ecco i link (dove presenti) alle organizzazioni che hanno reso possibile l’evento:

www.novaresiattivi.it
www.contrattoacqua.it
www.sermais.it
ncmmd.bloog.it
www.medicinademocratica.org
www.ideedifuturo.it
www.assopace.org
www.alidiluce.org
www.bilancidigiustizia.it
www.legambientepiemonte.it

sabato 13 febbraio 2010

Registrare le lezioni universitarie (e non): è illegale? c'è la privacy di mezzo?

Stavolta cedo la parola all'avvocato Antonio Costa Barbé che è stato così gentile da rispondere alla domanda: si possono registrare le lezioni universitarie? Questa semplice domanda che, per quanto mi riguarda, non ha mai dato da problemi ne aveva invece creati ad altri miei amici che si sono sentiti dire "è illegale, viola la privacy". Qui trovate la legge a cui si fa riferimento poco sotto.

La prima cosa che ho fatto notare a chi ha avuto problemi a registrare i propri prof. è stata: "ma come? Sono dipendenti pubblici (il più delle volte), su suolo (credo) pubblico, pagati con soldi pubblici (tagli permettendo). Sei anche una matricola dell'università in cui vuoi registrare, che problema c'è?".
Sotto troverete la risposta ufficiale, io voglio solo far qualche ipotesi sul perchè un professore risponda stizzito invocando la privacy e accusando di illegalità i suoi studenti:
1. può dare fastidio (ok, ma da qui a dire che è illegale e non si deve fare ce ne corre)
2. collegato con quanto sopra: il docente si sente sminuito, la sua lezione diventa ripetibile e non unica e lui si sente una sorta di cd-rom di cui non può far uso (valgono le considerazioni fatte sopra)
3. il docente ha paura che i suoi errorri - e prima o poi in un corso una papera o una battuta non troppo accademica arriva - vengano registrati e possano essere condivisi e divulgati (ulteriore sintomo di fastidio verso il controllo con aggiunta di un minimo di mancanza di autostima).

Piccola nota per gli eventuali professori timorosi: un professore non dovrebbe avere paura di essere registrato, si tratta anzi di una grande opportunità. Spesso, se i professori valgono e i contenuti sono originali, i testi di lezioni, conferenze e addirittura appunti diventano LIBRI DI TESTO per altri corsi universitari (citando a caso e senza pretese di esaustività: Le lezioni americane, Nome e necessità di Kripke, La terminologia filosofica di Adorno, probabilmente qualcosa di Feynman, etc etc etc), per non parlare del già citato nel post precedente MIT OpenCourseWare.
Spesso mi sono chiesto perchè questo fenomeno delle lezioni che diventano libro (e non mi riferisco alle dispense per i corsi) capiti meno dalle nostre parti e che, se anche capita, difficilmente questi libri entrano nel programma di esame di un professore che non sia l'autore stesso del libro. Una risposta, forse, è data da questo scambio di battute:
"Professore, possiamo registrare?"
"No, è illegale."

Appendice: quando la nota è comparsa per la prima volta su facebook sul profilo di Antonio mi è arrivato questo commento:
"Conosco un docente che sta progettando di mettere online, sul proprio blog, il proprio libro di testo sotto licenza CC (creative commons). Potrebbe essere un inizio, dopodich... Mostra tuttoé potrebbe coinvolgere un pool di alunni in un progetto finalizzato alla registrazione delle lezioni più significative o complesse ed alla loro pubblicazione sul sito.
Sarebbe un aiuto al portafoglio delle famiglie, gli studenti avrebbero uno spazio virtuale nel quale i più capaci potrebbero aiutare i meno capaci a comprendere la materia. L'ho scritta in due secondi ma se credete ne valga la pena possiamo approfondire la questione.
Il problema come al solito è uno solo: chi ci guadagna dalla vendita dei libri non sarebbe d'accordo.... docenti per primi.

Una nota positiva (e un nuovo inizio, visto che la licenza non è Creative Commons ma la mini-licenza pizzaware è data dal libro L'Acchiappavirus del (solito) instancabile Disinformativo Paolo Attivissimo. Ora vi lascio con la risposta "tecnica" alla domanda da cui siamo partiti.
N.B: corsivo, grassetto e P.s. finali sono miei.

o5-o2-2o1o: (12) L'avvocato riceve/The lawyer is in!: Si possono registrare le lezioni universitarie?

Dobbiamo per prima cosa chiederci se le lezioni universitarie possano rientrare nel novero delle opere protette dal diritto di autore con la legge n. 633/1941.
L’art. 1 L.A. menziona le opere protette dal diritto di autore con disposizione esemplificativa e non tassativa. Pertanto, la protezione può estendersi anche ad opere diverse da quelle indicate, purché siano caratterizzate da un visibile apporto creativo.
Ne consegue che, le lezioni universitarie potrebbero beneficiare della protezione del diritto di autore soltanto qualora si dimostrasse che, il professore non si sia limitato ad una esposizione nozionistica di quella determinata materia, ma abbia espresso contenuti di portata innovativa.
In tal caso, i diritti esclusivi sono attribuiti all’autore. Tuttavia, qualora l’autore effettui l’opera nel corso ed in adempimento di un contratto di lavoro subordinato, il diritto esclusivo sull’opera compete, entro i limiti dell’oggetto e delle finalità del contratto, al datore di lavoro (Cass. n. 8425/00).
Ciò nonostante è possibile che i diritti esclusivi patrimoniali siano attribuiti al lavoratore anziché al datore. In tal caso, però, occorrerà verificare l’esistenza di uno stretto nesso di causa tra l’attività dovuta e la creazione realizzata, accertando se questa costituisca o meno l’esito programmato dalla prima.
Peraltro, qualora risulti che la prestazione sia stata intesa dalle parti come funzionale ad uno specifico risultato, considerato come la ragione stessa del rapporto, i diritti patrimoniali sono attribuiti totalmente al datore di lavoro, salvo patto contrario.
Nella specie, i professori sono vincolati all’Università da un contratto di lavoro subordinato. Sono, dunque, lavoratori dipendenti con la conseguenza che, i diritti esclusivi sono attribuiti all’Università stessa, a meno che il docente provi che l’opera sia stata creata del tutto al di fuori del rapporto di lavoro e con mezzi e strumenti non appartenenti al datore.
L’utilizzazione dell’opera è dunque riservata all’autore (o al datore di lavoro). Tuttavia, non ogni uso costituisce diritto esclusivo dell’autore. Infatti, ai sensi degli artt. 2577 c.c. e 19 L.A., unicamente l’utilizzo economico dell’opera, nelle diverse modalità che il mercato consente e mercè le quali comunque si sfrutti l’opera stessa, perseguendo un lucro, appartiene all’autore.
>>Sfruttamento che non si ravvisa nel caso in cui uno studente riproduca le lezioni universitarie e le utilizzi unicamente come sussidio per il proprio studio.<<
>>Pertanto, lo studente potrà registrare le lezioni del professore senza necessità del consenso di quest’ultimo.<<
>>>In conclusione, gli studenti possono liberamente registrare le lezioni per uso personale, purché ciò non sia vietato dal regolamento universitario.<<<

(ha eccellentemente collaborato la Dott. ADRIANA BIFOLCO)

P.s: nel caso un'Università dovesse esplicitamente vietare la registrazione, chietegli perchè e comunicatemi la risposta, per favore. A questo punto, lasciate passare un po' di tempo, rifategli la domanda e portate l'esempio del MIT. Comunicatemi anche questa risposta, grazie.




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giovedì 11 febbraio 2010

Apprendimento corsaro: arrrrrgh!



Piccoli utonti crescono 2.0+: Il video al piano di sopra (che spero funzioni) è la colonna sonora del pezzo in cui si parla, liberamente, di pirati e tesori. Ma che bella cosa il web interattivo (q.c.s)!.
I pirati di cui devo parlare sono quelli di Roberto Provana (e sono particolarmente istruiti. Arrrgh! Stavolta si parla de L’apprendimento corsaro.
L’idea di base è drammaticamente semplice, a livello della trama di Avatarpocahontascorretto: in una società sempre più veloce liquida e blablabla in cui le distanze si accorciano sempre di più e blabla la multimedialità, i social network etcetc in cui è sempre più difficile restare al passo coi tempi e sopravvivere nella superfetazione delle informazioni e blablabla c’è da cambiare mentalità (PREMESSA OVVIA) da cui scende la RISPOSTA OVVIA: conviene che diventiamo flessibili (ma non a livello di lavoro flessibile, con paga flessibilmente tendente allo stage gratuito, per vivere in una casa flessibile IkeaFlex, con una famiglia flessibile) nell’apprendimento. [fine del rumoredifondocorsivo della società ipermoderna blabla].

Prima elaborazione possibile dopo tutto questo: il libro è un elogio del multitasking e delle capacità offerte dalla rete? No, quello è un altro libro ancora e prima o poi ne parlerò.
La proposta è questa: si tratta di cambiare mentalità e di - con un piccolo neologismo che Roberto ha approvato (già: potete scrivergli e farà di tutto per rispondervi a aiutarvi!) - corsarizzarci. Questo perché l’apprendimento corsaro è la capacità di apprendere ovunque, sempre e in qualsiasi situazione. Ora vediamo qual è il percorso di apprendimento.

Col primo capitolo – via test – scopriamo quali sono e come funzionano i nostri profili di apprendimento e di memoria (auditivo, visivo e sensoriale). A questo punto ci viene detto come rendere l’ambiente più favorevole all’apprendimento, come concentrarsi e migliorare la memoria.
L’idea è quella di servirsi di tutte le modalità e far lavorare entrambi gli emisferi celebrali. Per concentrarsi viene presentato il metodo delle mappe grafiche concettuali che funziona più o meno così. Si scribacchia al centro di un foglio il key issue della nostra ricerca e poi si fanno un po’ di freccine/righe (non quelle di Kate Moss, Morgan, "Mitch!" "icché?" o del principe delle olive) che diramano all’esterno. Si prova poi a riempire ogni freccia con un concetto legato al termine di partenza. Una volta scritto si ritorna al centro e si parte per l’altro ramo etc etc. In questo modo dovremmo visualizzare meglio l’articolazione di un problema, tema o concetto e anche la nostra mente dovrebbe imparare a tornare al centro del key issue.

A livello di tecniche mnemoniche ci viene suggerito un comodo alfabeto numerico con cui trasformare i numeri in parole su cui costruire immagini e narrazioni per immagini per poterli poi ricordare. Questa tecnica, su cui forse sarà il caso di tornare, può poi essere usata per concretizzare termini astratti (via immagini) o ricordare i cognomi (ah! La fisionomica).
Vale anche il processo inverso: se uno è portato per i numeri si può usare l’alfabeto come termine di conversione nell’altra via, anche se questo è più ambiguo. L’alfabeto infatti viene compattato sulle 10 cifre e alla stessa cifra possono corrispondere più suoni, nonostante la corrispondenza abbia un senso.
Per concludere la parte sulle tecniche troviamo una sezione sulla lettura veloce con parecchi esercizi e una su come prendere appunti. Mh, visto che parlo spesso di libri e scrivo post troppo lunghi dovrò tornare anche su questo.

La secondo parte invece è dedicata a metodi e strategie. I concetti che devono passare sono pochi e si spera noti: un po’ di roba sull’imparare a far domande, cercarsi fonti competenti, impostare l’apprendimento in termini di risoluzione di problemi (mh, già, anche in questo libro il sapere non è niente se non diventa saper fare. Succede quando il target è rappresentato soprattutto quadri aziendali e responsabili marketing), addirittura automotivarsi (cosa di cui pare ci sia un superbisogno, basta vedere la sezione self-improvement delle librerie angolofone negli aeroporti), trovare una nicchia di competenze e blablabla.
La parte più innovativa e corsara è quella sull’apprendimento on the road. Qui ci sono dei conti utili che aiutano a valutare i tempi morti nelle proprie giornate: non solo la tv ma anche i 15 minuti per andare a scuola a piedi o i 40 per prendere treno e metro, quantificati poi in giorni e ore effettivamente utilizzabili per fare qualcosa di più attivo. Val la pena darci un’occhiata. Come riempirli? Audiolibri e corsi di lingua sembrano una buona cosa. Se poi siete maniaci potete stare in treno, fare lettura veloce di un saggio inchiesta mainstream (La casta va benissimo) mentre ascoltate un corso di lingua fatto usando come lingua di insegnamento un’altra lingua straniera che padroneggiate meglio, ad esempio l’inglese come ponte per lo spagnolo.
Anche i podcast o altro materiale che le università mettono a disposizione si presta benissimo., date un occhio a quanto fa il MIT open course ware. Pure cambiare le routine pare che serva – tipo lavarsi i denti con l’altra mano – il fine è far sì che tutto lo gnegnero lavori, anche se suona un po’ marzulliano... “con che piede scendi dal letto i giorni pari”? Però sono spunti su cui lavorare, e prima o poi vi dirò che ho scoperto su tecniche di lettura e PNL.

Bene. Che dire del libro? Interessante soprattutto quando si passa dall’enunciazione del buon proposito all’illustrazione su come metterlo in pratica, abbastanza scontato da altre parti. Utili gli esercizi, buona la spiegazione dell’alfabeto numerico.
Disarmante la bibliografia, del tutto assente. (Sollecitando Roberto ho ottenuto una bibliografia che è adesso è sul sito e forse, in occasione della ristampa, verrà inclusa nel libro). Non aspettatevi comunque super informazioni alla Gladwell, Buchanan o Gleick... di certo qui non vi si dirà di Bruno, Lullo e la mnemotecnica però, l'ho già detto, probabilmente per il target del libro è sufficiente leggere questo manuale e provare a tirarne fuori il massimo. Una volta finito avranno bilanci e campagne da lanciare, chi ha tempo di leggere?

Di rimandi accademici non c’è molto, ma forse è un buon esercizio corsaro andare a caccia.
Ultima cose: qui trovate il dodecalogo della conoscenza corsara. Qui invece una recensione del libro del Prof. Secondo Giacobbi – bellissimo che la recensione sia "secondo"… chissà come lo presenterebbe Del Debbio a secondo voi riassumendo le sue posizioni… vabbè, niente pensieri impuri su giochi di parole e papere di ingombranti figuri – “psicologo e didatta”.

E anche per 'sta volta è fatta. La prossima volta passerò a questioni di diritto, in particolare quello (o meno) di registrare le lezioni. Poi sarà il caso di passare a Gladwell e soci e anche a storie di attivisti. Alla prossima!

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domenica 7 febbraio 2010

L'Incazzato: il quarto candidato, quello che nemmeno i sondaggisti considerano, l'entità contraddittoria.



Riprendo dal post precedente su Se non è vietato è obbligatorio di Dave Eggers, stavolta multimedializzando la cosa: video e link (piccoli utonti crescono 2.0). In questo modo dovrei completare la rassegna di profili elettorali minoritari offerti dal libro e con questo penso di aver fatto il mio buon servizio visto il clima elettorale.
Dicevamo l’altra volta: Eggers, Sergei e Nicky e tutte le critiche a candidato indipendente, il terzo; la signora Fogliani e la malattia mentale che deve avere per forza… Parlando di tutto questo Sergei e Nicky concordano che anche l’Incazzato ne deve avere di problemi. Lui è il quarto candidato e l'ironia di Eggers quasi annichilisce: anche un apolitico finisce comunque per ritrovare in questa descrizione qualcosa dello scenario politico che, in un modo o nell’altro, circonda pure lui. Vista la situazione, stavolta lascio interamente la parola a Dave e non aggiungo altre cose tedianti.

Un ultimo avvertimento:
quanto state per leggere potrebbe farvi ridere sguaiatamente e compiere movimenti bruschi. Non mi ritengo responsabile per danni dovuti a impatti con tastiera o schermi, angoli di tavoli o alle occhiatacce di amici o colleghi di lavoro. Io vi ho avvisato.
Parlare dei problemi mentali ricorda ai nostri due che c’è addirittura un quarto candidato, l’Incazzato – un vero caso patologico, una pletora di incongruenza… cosa che forse lo avvantaggia rispetto alla ragionevolezza della Fogliari - che ci viene descritto così dal narratore.

“L’Incazzato, candidato numero quattro, era appena salito sul podio, fuori dal raggio uditivo di Sergei e Nicky, ma anche da quella distanza si capiva benissimo che era incazzato. Si chiamava Roger Qualcosa, ma il fragore della sua rabbia sommergeva sempre il cognome. Era incazzato perché lo consideravano il candidato numero quattro, e non uno due o tre. Era incazzato perché i sondaggi non gli davano più punti; era incazzato perché gli elettori, che desiderava con tutto il cuore governare, e che amava con tutto se stesso, avevano il cervello così minuscolo, erano così imbecilli e così pecore da non rendersi conto che lui era la persona più qualificata per quel ruolo. Amava il suo paese così tanto che voleva cambiarlo da capo a piedi. Amava la California con tanto trasporto, ed era così fiero di tutto quello che la California aveva ottenuto nella sua storia, che voleva salvarla da se stessa e rivoltarla come un calzino. Paragonava spesso lo Stato a una nave; diventandone il timoniere, ne avrebbe raddrizzato la rotta. Questa metafora della nave gli piaceva un sacco e la usava spesso, ma un giorno, mentre parlava a una classe di tre studenti in una scuola serale d’inglese per immigrati, qualcuno osservò che un novellino dell’Assemblea di Stato probabilmente non sarebbe diventato subito il timoniere, magari invece avrebbe fatto il factototum, oppure l’assistente barista sul punto sole. La classe aveva ridacchiato, l’Incazzato si era incazzato ancora di più.”

Nei commenti del primo post ci si chiedeva chi fossero gli incazzati. Secondo me, da quanto dice Eggers, il popolo viola o altri movimenti di piazza (la facciata antipolitica di V-day, i girotondi Micromega inspired di un po' di tempo fa) non si candidano come candidati al ruolo di incazzati. Cioè, sì forse c'è rabbia, ma mi piace pensare che sia soprattutto indignazione costruttiva di cittadini che si attivano e, nel loro piccolo, qualcosa provano a farlo.
L'incazzato-doc è, secondo me, qualcuno che dentro la logica delle candidature e dei partiti ci sta eccome, ci ha sguazzato, ci ha mangiato e adesso si lamenta che ne ha più. Quelli che si lamentano di tutto e di tutti, senza una proposta e non rispondono neppure sul numero di iscritti (video docet) e si lamenta perchè non è entrato come vorrebbe nel Bengodi. Climax discendenti di incazzatura si possono ottenere quando a un privilegiato tocchi la pensione, l'autoblu, la scorta, la segretaria (vanno contati di festini?) o la mensa a sconto.
Scendendo ancora, pure il panettiere dai due forni e il bipartitismo tiranno , conditi con qualche propostina o due mani di fuffa nebbiosa di "coerente difesa della nostra linea politica", mi sanno tanto di discorso da incazzato-che-ha-studiato, di cui quindi riusciamo a capire sia il nome e il cognome e le parole che da urla si sono stemperate a predica domenicale per "fedeli" che si ritrovano lì per abitudine.

Ok, la prossima volta si parla di pirati e apprendimento. Arrrrrrrrgh!


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martedì 2 febbraio 2010

Il terzo candidato: il candidato etico, candidato del buon senso, candidato indipendente… il perdente.

Visto che siamo in campagna elettorale (ma quando non lo si è, in Italia?) tanto vale cominciare da qui. Ci sarà tempo per gli endecasillabi, per ora bastano una citazione e un commento. Lui è Dave Eggers ed è un genio (Le creature selvagge, Erano solo ragazzi in cammino, L’opera struggente di un formidabile genio, Conoscere la nostra velocità… e poi sovvertire, scovare e reinventare con McSweeney’s) e il libro è una minisatira sulle – te guarda! – campagne elettorali. Tutto si svolge in un giorno, alla fiera dove parleranno i candidati per un posto in un consiglio che i cittadini dimostrano di avere qualche problema a capire cosa sia (non è il governatore, ma qualcosa meno… non è il capo del quartiere né il sindaco).
Mh, è vero, il libro si chiama Se non è vietato è obbligartoio. O Dell'ottimismo e a pubblicarlo non è Mondadori, ma minimumfax. Comunque, dicevo, tutto si svolge in un giorno e l’obiettivo è conquistare il Predominio Visivo nello spazio della fiera in cui parleranno i due candidati principali. Però non è tanto quello che Eggers fa vedere dei candidati principali che mi interessa, ma quello che dice – cioè, che i campaign manager dello sfidante repubblicano dicono – del terzo candidato.

Tanto per cominciare è una donna. Poi – udite, udite! – ha anche delle competenze effettive per il ruolo richiesto. Come se non bastasse ha pure una genuina passione. Insomma: il candidato etico, il candidato ideale, quello che chiunque con un minimo di buon senso voterebbe… In altre parole: il candidato perdente. E perché mai? Questa è la sfida che chiunque appartenga a un movimento, una corrente non propriamente istituzionale deve affrontare; questi sono i pregiudizi che chiunque voglia cambiare il mondo in generale e la politica in particolare – dal basso, dall’alto, via lobby un po’ meno lobby delle lobby che contano sul serio, con rivolte o democrazie partecipativa – si ritrova davanti.
Insomma, se non vi piace il bipolarismo e siete davvero un movimento spontaneo della società civile (già: Casini che se la prende col bipolarismo è già dentro il sistema, quindi non me ne voglia se non lo considero… anche perché nel suo glorioso passato sguazzava proprio bene sopra lo scudocrociato e pure i Radicali o le Sinistre più o meno libere, comuniste, verdi o casiniste hanno sempre il vizio a essere più partito che cittadini. Tolgo pure loro e ecco fatto un torto quasi bipartisan!) sono queste i primi pregiudizi da attaccare, le prime obiezioni che arriveranno al vostro misero banchino, gli argomenti che anche i vostri simpatizzanti – in nome di non si sa quale appello alla real politik simildalemiana – potrebbero sottoporvi. Ora lascio la parola a Dave, che forse io ho già esagerato:

“Fogliari era il candidato più qualificato, dunque non poteva vincere. Quando parlava, ciò che la gente udiva erano ragionevolezza e comprensione, e i giornalisti sbadigliavano e se ne andavano a casa perché era impossibile scrivere di ragionevolezza e comprensione. Mentre parlava, i reporter assiepati a pochi metri da lei si lamentavano ad alta voce del suo stile.” I giornalisti ci fanno davvero una magra figuretta: si mettono a parlare di calzini azzurri (ma guarda!) e uno si lamenta che la “La Fogliari mi tratta come una specie di… giornalista!” dispiacendosi che non si metta i calzini azzurri come fa un altro candidato per concludere, impeccabilmente: “Non mettersi i calzini azzurro accesso vuol dire darsi la zappa sui piedi”.
Qualcuno ne vuol sapere di più sul suoi passato?
“Dopo la laurea, Sharon Fogliari si era specializzata in urbanistica, aveva fatto parte per una decina d’anni del comitato locale per la conservazione del patrimonio storico, ed era appena tornata da quattro mesi in Kazakistan dove aveva fatto costruire centri per la riqualificazione personale”.

Ecco cosa ne pensano Sergei e Nicky, i responsabili della campagna del canidato repubblicano, cioè di quello coi soldi e gli agganci.
“Questa non conta un accidente”, disse Sergei abbastanza forte da raggiungere le orecchie delle Fogliari, era seduto in prima fila.
“Perché?”, domandò Nicky.
“Prima di tutto”, spiegò Sergei, “se è così qualificata, come mai si presenta da indipendente?”
Questa Nicky la sapeva: “Perché nasconde qualcosa?”
“Esatto”.
“Sai una cosa?”, esclamò Sergei colpito dal proprio genio. “Scommetto che la figlia è lesbica!”.
Ovviamente Sergei, nel mondo di Eggers, ci piglia. Però, ecco, come si fa a non essere compassionevoli verso la stupidità/ingenuità/ipocrisia del nostro Sergei (che ha lavorato per candidati ufficiali) e pensare: “Ah! Fossero solo i candidati indipendenti ad avere qualcosa da nascondere. Caro Serge(i), sapessi perché entrano in politica da noi certi individui… Beh, non che a voi sia andata meglio! Te pensa, qui ci sono alcuni indipendenti che ti forniscono la fedina penale e tra un po’ si dichiarano pronti a farsi la rettoscopia in nome della trasparenza mentre in Parlamento – il quasi bivacco di manipoli – discute di immunità. Che mondo Serg[e(i)]!”.

Ma Sergei dimostra di saperla ancora più lunga quando espone al fido Nicky quello che possiamo chiamare il Pregiudizio Umano Contro La Terza Via, la tendenza a rimanere entro i nostri soliti schemi concettuali che, tanto in USA che qui, è questo: ci sono due grandi schieramenti, o ronzi lì intorno o sei fuori. Eccone una sublime espressione in versione dialogica:
“Gli indipendenti, quelli che non stanno né con i democratici né con i repubblicani.. non vinceranno mai”.
“Perché nessuno vota per il terzo candidato”.
“Perché no?”
“Perché il terzo candidato non può vincere”.>La conclusione del dialogo poi è sublime:
“In più, la Fogliari ha dei problemi mentali”, disse Sergei.
“Giusto”.
“Altrimenti per quale ragione si sta candidando, no?”.

Il tutto pare non fare una piega, almeno agli occhi di questi profondi analisti elettorali i quali, probabilmente, esprimono anche l’opinione (a meno dell’ironia di Eggers) dei qualche politologo che scrive sui giornali – quelli veri! – e appaiono nei talk show. Il problema, credo, è tutto qui. L’indipendente vuole davvero vincere nel senso di governare lui? Forse sì, fa come Cremonini che “in fondo io ci spero ancora” ma se non ha problemi mentali sa che la vittoria, per lui, è quel tanto che basta per al suo movimento per essere rappresentato. Anzi, se diamo ragione Guzzani mentre imita Bertinotti e il suo partito della rivoluzione permanente (anche contro se stesso una volta al governo) certi partiti non sono fatti per governare. Devono solo fare critica costruttiva e influenzare i reggenti ufficiali.
Vi sembra tanto sbagliato? Eppure in Italia – per quanto quell’altro si lamenti del bipartitismo – alla fine c’è sempre qualcuno che pesa talmente tanto nelle alleanze che quando alza la voce cade il governo. Chiedetelo a chi è caduto per un voto o a chi, tradito da un alleato, ha detto che non ci avrebbe più bevuto nemmeno un caffè e ora si ritrova un partito con che la libertà nel suo nome a dover seguire chi si è ravveduto sull’utilizzare la carta igienica e non quella costituzionale. Insomma, l’argomento dell’impossibilità di vittoria può essere smontato per tutti gli elettori tranne forse quelli del PDL che possono ambire a fare tutto da soli in alcune regioni.

Ultima nota, sul bipartismo di Casini: come si fa a sostenere coerentemente che c’è un rigido bipartitismo quando lui è il primo a dire che entrambi i partiti – supposti dittatori – subiscono le pressioni o i ricatti (chi da Di Pietro, chi da Bossi e della Lega)? Mi sembra uno strano bipartitismo quello che riconosce altri due soggetti praticamente esterni ai due partiti. Forse il problema è il “coerentemente”. Per Casini significa che, fin quando non riconosceranno anche la possibilità di ricevere diktat da un centro – vai a sapere quanto grande – sarà sempre un bipartitismo. Ci fossero anche 11 partiti diversi al 9%.

Ok, dovrei essere riuscito iniziare. La teoria dice che tra una settimana dovrei parlare di corsari e apprendimento. Però mi rendo conto che il buon Dave ha molto da dirci anche sul quarto candidato, quello perennemente incazzato. Stay tuned e vediamo cosa succederà poi.


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